GIOVEDI 08 MAGGIO 1999 Cultura 42 Un tragico triangolo amoroso di FABIO GAMBARO Parigi E'in una mansarda del Marais, nella vecchia Parigi a due passi dalla Place des Vosges, che Nancy Huston ha scritto i romanzi che le hanno dato il successo internazionale, l'ultimo dei quali L'impronta dell'angelo arriva adesso in Italia nella collana Strade blu di Mondadori. Si tratta di un romanzo intenso che racconta la storia di un imprevedibile e tragico triangolo amoroso, a Parigi, tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio degli anni Sessanta, mentre la città è percorsa dalle tensioni provocate dalla guerra d'Algeria. Su questo sfondo i tre protagonisti, che tra l'altro hanno conosciuto gli orrori della seconda guerra mondiale, imparano a loro spese che le passioni private si scontrano spesso con la tragedia della storia: i drammi e le scelte laceranti che ne derivano danno corpo ad un libro denso di problematiche e di interrogativi, che l'autrice riesce a integrare con intelligenza in un perfetto congegno narrativo. Nata in Canada quarantacinque anni fa, Nancy Huston ha vissuto qualche anno negli Stati Uniti, approdando poi all'inizio degli anni Settanta nella capitale francese, dove ha studiato con Roland Barthes e ha conosciuto Tzvetan Todorov, l' uomo che in seguito è diventato suo marito. Dopo essersi fatta conoscere per alcuni saggi teorici e per la militanza femminista, all'inizio degli anni Ottanta si è avvicinata alla narrativa: "Avrei voluto scrivere un romanzo già negli anni Settanta", racconta oggi, "ma all' epoca in Francia il romanzo era guardato con sospetto. In quegli anni trionfava lo strutturalismo e i teorici della letteratura - compreso quello che poi ho sposato - avevano trasformato la lettura in un'attività talmente sofisticata e intelligente che diventava di fatto impossibile scrivere un romanzo in maniera innocente. Ma dopo la morte di Barthes - che simbolicamente per me fu come una specie di semaforo verde, una liberazione che rappresentava la fine della teoria - trovai finalmente il coraggio di scrivere il mio primo romanzo. Da allora ho alternato saggi e romanzi, anche se negli ultimi anni mi sono dedicata soprattutto a questi ultimi". Romanzi che lei scrive sia in inglese che in francese... "Nonostante io sia una canadese anglofona, quando venni a Parigi iniziai a scrivere in francese, probabilmente anche per separarmi dal mio passato. La mia infanzia e la mia giovinezza sono state caratterizzate da molti traslochi, da molti sradicamenti e da alcune ferite profonde, quindi la scelta di stabilirmi a Parigi, lontano dal mio paese e dalla mia lingua, fu anche un modo per provare a costruirmi una vita, per reinventarmi e al contempo per trovare delle radici. A metà degli anni Ottanta, però, dopo aver fatto un libro con Leila Sabbar sul tema dell'esilio, mi sono rimessa a scrivere in inglese, forse anche vagheggiando un immaginario ritorno in patria attraverso la lingua. Il risultato è che oggi scrivo sia in inglese che in francese". Oggi il Canada le manca? "No, sto bene in Francia. Se proprio dovessi partire, mi piacerebbe vivere in Italia, un paese dove il talento della bellezza si manifesta in ogni ambito della realtà". Cosa le resta oggi degli anni Settanta, del lavoro teorico e della militanza femminista? "Conservo certamente una certa sensibilità barthesiana, come pure mi considero ancora femminista, anche se non condivido le posizioni di certe virago americane che concepiscono la differenza sessuale come una semplice costruzione mentale e culturale. Per me i due sessi esistono per davvero. Insomma, sebbene non sia più una militante, sono sempre estremamente sensibile ai destini delle donne e alle offese che esse subiscono ovunque nel mondo, in Afghanistan come negli Stati Uniti. Tuttavia non cerco mai di scrivere dei romanzi femministi. Anzi, nelle mie opere figurano situazioni e riflessioni poco corrette dal punto di vista femminista, cosa che per altro mi è stata rimproverata. Ma io sono fatta così, mi è sempre piaciuto trasgredire le regole e i dogmi, compresi quelli femministi, anche perché nei romanzi seguo innanzitutto il mio istinto di scrittrice". Come è nata l'idea dell'Impronta dell'angelo? "Un giorno, mentre ero in viaggio in treno, ho immaginato l'ultima scena del libro, una scena drammatica che appunto si svolge su un treno. Da quello spunto iniziale ho poi ricostruito a ritroso tutta la storia, cercando di risalire dagli effetti alle cause. Alla fine avevo tutta la vicenda in testa, ma per qualche tempo ho esitato a scriverla, perché era una storia dura, una storia che mi faceva paura. Oggi alcuni lettori mi dicono in effetti che si tratta di una storia tragica e terribile. È vero, ma la realtà in cui viviamo è infinitamente peggio. Naturalmente, nella realtà non esistono solo le tragedie, esistono anche le vite banali, tranquille e senza colpi di scena, ma lo scopo della letteratura non è riflettere la realtà. La letteratura piuttosto deve provare a dirci qualche verità sulla realtà che ci circonda. Da questo punto di vista, il mio romanzo è una specie di favola politica che prova a dire una verità sul nostro modo di comportarci di fronte all'altrui sofferenza". Quale sarebbe questa verità? "La verità è che non siamo mai capaci di ascoltare e comprendere la sofferenza degli altri, e di conseguenza non siamo capaci di agire sul piano politico per combatterla e farla cessare. I tre protagonisti del romanzo - Saffie, Raphaël e Andreas - hanno vissuto la seconda guerra mondiale in tre modi diversi, ma tutti e tre ne sono stati profondamente segnati, così quando si trovano di fronte ad una nuova tragedia, vale a dire la guerra d'Algeria, reagiscono in modi molto diversi, ma in fondo sempre senza riuscire a capire la sofferenza altrui. Il mio è dunque un libro sull'accecamento, sull'incapacità di vedere l'altro. È anche per questo che domando al lettore di identificarsi con i tre personaggi, di mettersi al loro posto per provare a capire la loro sofferenza. Nella vita non ci mettiamo mai al posto degli altri, possiamo almeno provare a farlo quando leggiamo un romanzo". Significa che il lettore, quando legge, si dimostra più disponibile che nella vita reale? "Penso di sì. Quando legge un romanzo il lettore è curioso, nella vita invece no. Nella vita simpatizziamo solo con chi ci assomiglia (chi è della nostra famiglia, del nostro gruppo sociale, della nostra nazionalità, ecc), nei romanzi invece riusciamo ad identificarci con persone diverse da noi, diventiamo quindi più generosi". Nell'Impronta dell'angelo lei sovrappone la storia collettiva alla storia d'amore... "La storia mi affascina perché fa parte della nostra vita. Ogni giorno la televisione ci trasmette tutte le disgrazie del mondo, ma poi viviamo come se nulla fosse, badando solo alle nostre preoccupazioni quotidiane. Solo che poi ogni tanto la storia c'investe direttamente, costringendoci a reagire. Nel romanzo cerco di mostrare questo meccanismo, che poi è la relazione tra il personale e il politico, due ambiti tra i quali non c'è soluzione di continuità, ma che tuttavia con la loro interazione producono in ciascuno di noi effetti imprevedibili. Ecco che allora il racconto di una tragedia personale diventa il simbolo della tragedia collettiva incarnata dalla storia. Ma attenzione la letteratura non deve dare lezioni di storia. La storia è presente, ma ciascuno di noi assorbe dal romanzo quello che vuole o che può, in funzione del proprio passato e delle proprie ferite". Un'ultima domanda: quanto ha contato nel suo percorso di scrittrice il fatto di vivere con un teorico della letteratura come Tzvetan Todorov? È stato un aiuto o un ostacolo? "Certo ha contato molto. Scherzando, potrei dire che, se non avessi frequentato un teorico della letteratura, avrei forse continuato a fare teoria, senza scrivere i romanzi. Più seriamente, devo dire che è un ottimo lettore dei miei manoscritti, oltre che una persona con cui discuto molto e di tutto. Evidentemente, quindi, ci siamo influenzati reciprocamente. Inoltre mio marito era sufficientemente sicuro e soddisfatto del proprio lavoro per non sentirsi minacciato dalle mie ambizioni letterarie. Di conseguenza, tra di noi, non ci sono stati né conflitti né gelosie, egli mi ha sempre incoraggiato ed aiutato. Insomma, non ho mai dovuto lottare per scrivere".
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