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"DA QUOTA NOVANTA" ALLA CRISI DEL 1929.

Nel triennio 1923-1925 esordisce in Italia il governo fascista. E’ un periodo di ripresa del settore secondario, dopo la stasi finanziaria del primo dopoguerra. La dinamica economia statunitense è un modello da cui l’Italia vuol trarre esempio; in questi anni, dunque, abbiamo una forte spinta a maggiore produzione interna.

Mussolini è fermamente intenzionato a portare l’economia italiana nelle mani dei privati, degli industriali che lo hanno fatto salire al potere, dunque dà il via al liberismo economico (ma solo economico: in questo periodo le istituzioni liberali vengono via via cancellate), approfittando peraltro della svalutazione della lira con indebitamenti a medio e lungo termine con le banche straniere.

Il governo comincia dunque l’opera di agevolazione ai privati, abolendo il monopolio statale in vari campi (ad esempio nella telefonia) e concedendo agli industriali esenzioni fiscali e riduzioni sui tributi, più sovvenzioni e riduzioni del salario degli operai.

I frutti del liberismo economico arrivano presto, e i commerci italiani toccano anche Francia, Svizzera, Austria, Germania, Ungheria, Cecoslovacchia, URSS, America Latina: i miglioramenti si riscontrano in tutte le industrie italiane, e portano buoni guadagni (comunque insufficienti a colmare i passivi generati da un settore primario poco produttivo).

L’Utilizzo dell’elettricità e del motore a scoppio contribuiscono a modernizzare un apparato industriale che finalmente può definirsi competitivo e sfornare prodotti di buona qualità in discreta quantità e regolarità.

L’Industria meccanica, massima esponente della quale la FIAT, in quanto esempio di alta

produttività soprattutto nell’automobilistica, gode maggiormente di questi miglioramenti. I Cantieri navali producono navi di grossa stazza (con un relativo miglioramento dei trasporti), l’Aeronautica produce molti modelli diversi ma pochi in totale; però, tutto sommato, la situazione è più che buona.

Anche le Fibre artificiali conoscono una produzione non-stop che le rende protagoniste dell’esportazione.

Infine, le industrie telefoniche vedono il predominio della SIP, quelle idroelettriche il predominio della EDISON.

Ma il tasso di cambio della lira è fluttuante a causa dell’inflazione, e diviene presto vittima di speculazioni nei mercati internazionali rendendo inoltre difficile per l’Italia, ai prestiti da banche straniere e agli investimenti esteri. Per rendere stabile il tasso di cambio della lira e a risolvere tali problemi, essa viene portata a "QUOTA NOVANTA"nel 1927 (ovvero una sterlina = 92,46 lire). Così facendo ebbero più sicurezza i risparmiatori e il mercato estero poteva diventare più solido, ma intanto l’Italia si esponeva al rischio di perdita di esportazioni e di maggiore competitività delle imprese straniere sul mercato nazionale. Fortunatamente un prestito ottenuto dagli USA (50 milioni di dollari) assicura un certo numero di investimenti. Ma l’Italia è solo temporaneamente in salvo. Presto infatti, la richiesta dall’estero di prodotti italiani, cala; le industrie dunque hanno meno entrate, e per mantenere alto il capitale devono ampliarsi per aumentare le fonti di guadagno; il governo aumenta le sovvenzioni a favore degli industriali, diminuisce ancora i salari degli operai e il malcontento cresce. Ma il colpo sulla schiena l’Italia lo riceve in seguito alla crisi americana: il dollaro perde valore perché le industrie producono troppo e i mezzi di pagamento europei non riescono ad andare loro dietro.

I prestiti americani, fondamentali per molti paesi europei, cessano: dunque i risparmiatori "svaligiano" gli Istituti di Credito in una corsa disperata che conduce alla chiusura di molti di questi ultimi.

In Italia a questo problema si somma quello del rallentamento degli scambi dovuto alla "QUOTA NOVANTA", e molte banche chiudono, visto che gran parte dei loro depositi veniva convogliato agli investimenti industriali; la disoccupazione aumenta, i salari vengono ancora assottigliati e scatta il protezionismo (con l’aumento dei dazi doganali sui prodotti dell’industria).

Ma le industrie devono essere finanziate ugualmente, pena la catastrofe.

Viene allora fondato l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) nel 1933, col compito di controllare il credito e gli esercizi bancari, assumendosi inoltre il compito di mettere a disposizione i capitali necessari a coprire le perdite bancarie: dunque acquisisce i titoli e le proprietà industriali delle banche. Si avvia dunque a diventare ente permanente con finalità imprenditoriali.

Con lo "Stato Imprenditore", l’Italia viene spinta ad un economia mista (cioè l’iniziativa economica statale affianca quella privata).