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CASTRONOVO: "L'Industria Italiana dall'Ottocento a oggi"

 

Capitolo primo: Un esordio difficile

 

Al momento dell'unità nazionale l'Italia era un paese economicamente arretrato, in notevole ritardo rispetto ad altri paesi europei, in particolare l'Inghilterra, dove la rivoluzione industriale era già sviluppata.

Numerose e diverse le cause di questa situazione:

1) i 2/3 della popolazione era analfabeta;

2) il reddito individuale era molto basso;

3) le risorse essenzialmente agricole e insufficienti per una popolazione numerosa e in continua crescita,

4) scarse le risorse minerarie e di combustibile;

Ma soprattutto all'unità territoriale e politica non corrispondeva una realtà umana, sociale ed economica omogenea.

I centri urbani settentrionali erano più numerosi e popolosi di quelli meridionali; le popolazioni rurali tentavano di infiltrarsi in città soprattutto col commercio ambulante giornaliero o stagionale.

Difficili e ridotte le comunicazioni tra le varie province; inesistente o limitata la rete ferroviaria, notevolmente inferiore a quella inglese e francese.

L'attività manifatturiera (artigianato e industria alimentare) era ancora di tipo domestico e familiare, isolata e poco remunerativa. Rari gli esempi di "stabilimenti" con una linea di lavorazione pressoché completa.

In questo quadro era rilevante l'inferiorità dell'Italia rispetto all'Inghilterra, dove era pienamente operante una società industriale, in un paese economicamente florido, fortemente urbanizzato, con una classe imprenditoriale capitalistica che aveva dato grande spazio all'uso della macchina.

La diversità di condizione e di sviluppo era naturalmente dovuta alla diversa situazione storica, economica, sociale e politica di quel paese rispetto all'Italia (trasformazioni nelle campagne con la rotazione della produzione e con la concentrazione fondiaria, accumulazione di capitali; commercio estero e conquiste coloniali; materie prime; stato unitario, rete ferroviaria; protezionismo doganale).

Anche Belgio, Olanda, Francia e Germania erano di gran lunga industrialmente più avanzate del nostro paese.

Questi paesi si affannavano a conquistare aree sempre più vaste di mercato, ostacolando i paesi mediterranei, a cui lasciavano in parte l'offerta di prodotti agricoli e di materie prime semilavorate. In Italia, inoltre, alla mancanza di uno sviluppo tecnico e di un livello di costi e di prezzi competitivi, si aggiungeva una mentalità ancora legata alla rendita agraria.

Comincia a diventare di qualche importanza l'industria tessile, in particolare quella della seta nell'Italia Settentrionale, la lavorazione però, affidata alla popolazione rurale sottoccupata, in filande disperse nei cascinali, è piuttosto rudimentale, il che spiega la vendita all'estero della seta greggia. L'incapacità di realizzare un ciclo di lavorazione completo, dalla materia prima al lavoro finito, per mancanza di tecniche ed attrezzature adeguate, avvantaggia ancora una volta Inghilterra e Francia. Non molto diversa la situazione dell'industria laniera, con qualche eccezione nel Biellese e nel Vicentino, dove alcune lungimiranti famiglie avevano convertito i loro interessi e i loro capitali dalle terre e dai commerci all'industria e avevano introdotto nuovi macchinari.

Sempre nel Settentrione si sviluppava l'industria cotoniera, con imprenditori di ceto mercantile.

Commercianti e banchieri trasferivano la produzione dei filati nelle campagne, dove era possibile reperire manodopera a basso costo e dove il lavoro a domicilio consentiva di accrescere il numero dei telai.

Durante il dominio napoleonico l'industria cotoniera si avvalse di nuovi capitali ed energie; tuttavia, nonostante si distinguesse dalle altre attività tessili per il più alto indice di concentrazione di manodopera e per l'utilizzo di maggiori risorse tecniche e finanziarie non riusciva ad inserirsi nei circuiti internazionali in quanto i filati erano di qualità mediocre e i prezzi poco convenienti.

I settori meccanici e metallurgici erano particolarmente arretrati rispetto a quelli di altri paesi. I sistemi di fabbricazione del ferro erano molto elementari e non si era ancora intrapresa la fabbricazione dell'acciaio su scala industriale.

Solo l'intervento dello stato nei primi dell'800 e le sovvenzioni pubbliche avevano permesso la nascita di alcuni stabilimenti; uno dei più importanti fu quello torinese, specializzato nella fabbricazione di materiale bellico.

I costi di esercizio particolarmente onerosi, la produzione eterogenea e frammentaria, la manodopera scarsamente specializzata, la mancanza dei necessari mezzi finanziari per l'ammodernamento degli impianti non consentivano alcuna competizione con le fabbriche inglesi e belghe.

In un gran numero di Stati della Penisola si tennero alti i dazi di confine; il protezionismo venne inteso come una continuazione del proibizionismo e non come un mezzo propulsivo a sostegno dello sviluppo industriale, producendo effetti negativi sotto tutti i profili.

L'adozione del libero scambio mirava ad un rilancio dell'agricoltura e non ad un potenziamento dell'industria, in quanto gli economisti liberisti ritenevano l'agricoltura l'unica attività capace di generare occupazione e accrescere il reddito individuale.

L'aumento delle esportazioni agricole, per l'ingresso di alcune regioni nei circuiti di scambio europei, la liberalizzazione delle tariffe doganali, i progressi dell'allevamento, lo sviluppo di alcune colture favorirono la crescita dei nuovi ceti, una più ampia circolazione della manodopera e proiettarono effetti positivi anche su altri settori.

L'economia meridionale accusava accentuati sintomi di debolezza e di ristagno. I motivi principali di ciò erano le condizioni arretrate dell'agricoltura in particolare modo la presenza di estesi latifondi nobiliari e dei troppi carichi di origine feudale nei sistemi di lavoro e di gestione delle terre. Le campagne meridionali non avevano conosciuto lo sviluppo di grandi opere di bonifica, di dissodamento e di sistemazione idraulica. Al sud non si era avuto un processo di reale trasformazione economico sociale, ma piuttosto si era venuta a formare un oligarchia composta da aristocratici e alcuni nuclei della borghesia agraria. Il patrimonio di questi comprendeva oltre il reddito fondiario, proprietà urbane, titoli di credito, attività professionali e usuraie.

Fu proprio grazie a questi nuovi ceti emergenti che si provocò il bloccarsi dello sviluppo di altre attività economiche. Nelle campagne infatti continuava a dominare il carattere speculativo del sistema creditizio e del commercio agricolo gestito da gruppi di affaristi le cui questioni giovavano sulle finanze pubbliche. Nonostante l'abolizione del feudalesimo le strutture dell'ancien régime continuò a sussistere in vari strati della società.

Mentre i grandi proprietari fondavano le loro egemonie sulla riscossione di rendite fiscali, a Napoli i grossi mercanti e banchieri, cercarono di far fruttare il loro capitale soltanto per conservare il loro giro di affari. Anche l'attività industriale assunse presto risvolti speculativi in particolare l'industria cotoniera che, grazie a due fabbricanti svizzeri, si diffuse nei sobborghi di Napoli e nel Salernitano. Si riuscì anche a fronteggiare la concorrenza inglese, ma tuttavia non si ebbe un ampia diffusione dell'industria tessile. Le società svizzere godevano del monopolio sul mercato interno e di altri privilegi che avevano scoraggiato ulteriori investimenti nella lavorazione del cotone. Rimasero quindi scarsi i rapporti fra l'industria tessile e l'economia circostante. Simile sorte toccò alle principali cartiere, concerie e anche all'industria meccanica che a Napoli sussisteva grazie ai pesanti dazi stabiliti sui prodotti esteri. Nonostante le sue dimensioni l'industria meccanica non fu in grado di produrre nuova domanda o di promuovere nuclei di imprese sussidiarie. Napoli rimase la grande capitale di un paese singolarmente arretrato. Al confronto l'economia della regione settentrionale presentava maggiori potenzialità di sviluppo dovuto al rinnovamento dell'agricoltura e dal rifiorire del movimento commerciale. Nella zona prealpina inoltre si erano sviluppate le filande e gli opifici, che sebbene le loro modeste dimensioni, potevano disporre di più ampi circuiti commerciali.

L'industria del nord contava su un articolato e maggior indice dei consumi interni; la struttura urbana era più densa, vi era all'interno un complesso di servizi, di istituiti di credito, di casse di risparmio, organismi amministrativi, scuole professionali, raccordi stradali e ferroviari.

In Piemonte e Lombardia si era riusciti ad agevolare la crescita dell'economia e dei servizi di interesse collettivo. L'Italia settentrionale non sembrava tagliata fuori dalle proiezioni espansive del sistema capitalistico; infatti il versante nord occidentale della penisola era riuscito ad inserirsi in un più ampio sistema di scambi.

Subito dopo l'Unità sembrò più idoneo utilizzare, per avviare il paese ad uno sviluppo economico omogeneo, le tariffe doganali piemontesi del 1851, ispirate ai principi di libero scambio. La politica liberista incalzava e si prestava al rafforzamento dei rapporti diplomatici con le maggiori potenze europee, Francia e Inghilterra.

Quindi venne stipulato il trattato di commercio nel 1863 con il governo di Parigi, seguito da altri accordi con l'Inghilterra, il Belgio, la Danimarca e l'Olanda, conformi con lo stesso principio della libera concorrenza.

Così la politica liberista vide un costante aumento dell'esportazione di seta greggia, di canapa, di vini, di olio, di prodotti zootecnici etc. Inoltre gli investimenti inglesi, francesi e belgi nelle ferrovie e negli istituti di credito, nell'attività commerciale e nelle società per il gas e l'illuminazione, contribuirono allo sviluppo delle attività terziarie dei pubblici servizi e, grazie all'apporto degli ambienti bancari parigini e londinesi, si collocarono nelle borse straniere titoli e rendite pubbliche. Comunque l'andamento dell'agricoltura subì frequenti oscillazioni. Le regioni del mezzogiorno rimasero, in gran parte, estranee alla diffusione di rotazioni più aggiornate e alla trasformazione dei vecchi patti agrari dovuti in parte alla mancanza di una politica governativa che incoraggiasse gli investimenti produttivi, il credito agricolo e le opere di bonifica.

Più che di una riforma agraria il mezzogiorno avrebbe avuto bisogno di un efficace opera di miglioria fondiaria, assieme alla riforma tributaria. I rappresentanti al parlamento, per primi, non seppero indicare alcuna soluzione ai problemi presenti. Mentre nel mezzogiorno dominava ancora il mito della "ricchezza naturale", nel nord si pensava che fosse sufficiente, per risolvere ogni cosa, nominare dei prefetti capaci tecnicamente e originari dell'Italia Settentrionale.

Nonostante l'accresciuto valore della produzione, non si verificò in Italia, dopo l'Unità, un aumento tanto elevato di surplus nell'agricoltura e non ci fu un allargamento del mercato in favore dell'industria. La pesante pressione fiscale non permise allo stato di imprimere un impulso decisivo alla modernizzazione del paese. La costruzione delle ferrovie non ebbe conseguenze positive immediate nell'allargamento del mercato nazionale, infatti continuò ad essere utilizzato maggiormente il trasporto via mare. In generale per i traffici via terra, risultò sufficiente il reticolo di strade e linee ferroviarie costruite prima dell'Unità.

L'indirizzo liberista favorì piuttosto l'attività manifatturiera e mercantile legata all'ambiente rurale. Soprattutto l'industria serica, che nel 1876 giunse a contare qualcosa come 200.000 addetti e 1.800.000 fusi, grazie appunto alle crescenti esportazioni di seta e filotaiata.

Inoltre anche altre manifatture (lino, canapa, carta, concia) ampliarono la sfera delle loro operazioni, e lo stesso avvenne per l'industria alimentare.

Le manifatture domestiche vennero viste come elemento di freno verso uno stadio di sviluppo più avanzato. La meccanizzazione della filatura serica non comportò l'inquadramento stabile della forza lavoro marginale, l'abbandono definitivo dell'attività agricola e della residenza originaria. Inoltre la lavorazione del lino, della seta e della canapa non riuscì a progredire; l'industria alimentare si basava invece ancora sui mulini o piccoli laboratori a carattere artigianale, fatta eccezione per il settore conservativo e della raffinazione dello zucchero; l'industria cotoniera e laniera sembravano aver reagito in maniera positiva ai contraccolpi provocati dalla liberalizzazione delle tariffe doganali, infatti entrambe contavano un enorme numero di telai, fusi ed operai.

Mentre al sud con il crollo improvviso delle vecchie bardature protezioniste si riducevano le potenzialità dell'industria napoletana, diversamente nel nord sorgevano sempre più stabilimenti, soprattutto in Piemonte dove numerose erano le aziende a carattere familiare.

La svalutazione della lira rispetto alle altre monete europee avvantaggiava l'esportazione. Questa situazione favorevole durò ben poco e l'industria tessile dovette ripiegare su se stessa. Anche l'effervescenza della borsa intorno ai primi titoli industriali si dissolse in fretta portando delusioni e fallimenti bancari. I risparmiatori preferirono dunque i depositi postali o i titoli di Stato. Per l'industria siderurgica e metalmeccanica si affievolì la possibilità di assumere dimensioni più consistenti e non riuscì a far meglio l'industria meccanica mentre la superiorità dell'industria straniera continuava ad essere schiacciante .

Città come Torino e Milano non erano molto cambiate: presentavano ancora l'aspetto di grossi centri di consumo e di servizi; a Milano numerose erano le botteghe artigiane e parecchie le lamentele contro la penetrazione delle industrie all'interno della vecchia cinta urbana, per paura di un peggioramento delle condizioni igieniche e di turbolenze sociali.

Le uniche aziende di un certo rilievo, all'interno della città, erano le tipografie, le passamanerie, le tessiture di lana e di canapa, le manifatture di tabacchi e quelle dedite alla confezione degli abiti.

Tuttavia lo sviluppo dell'industria interessava soprattutto le località di provincia e alcune sedi più lontane dal capoluogo.

A Milano si cercava di valorizzare il flusso dei prodotti agricoli e di quelli industriali provenienti dalle campagne, per rafforzare maggiormente il suo ruolo commerciale e i di interscambio nei traffici europei.

Il capoluogo piemontese era la città italiana dove si concentravano maggiormente pensioni e rendite pubbliche, frutto dei servizi e dei risparmi di un ampio strato di funzionari, di ufficiali, di commercianti e di professionisti che costituivano il nucleo più robusto della borghesia.

L'aumento del costo della vita induceva maggiormente all'esodo piuttosto che all'impianto in città di nuove imprese e avvantaggiava in ogni caso i piccoli produttori della provincia. Il tentativo di creare manodopera specializzata non compensava la mancanza di un sistema creditizio in grado di sorreggere gli investimenti industriali.

L'Italia correva il rischio di scadere a una potenza europea di rango inferiore.

Neanche la formazione di un mercato nazionale aveva provocato effetti positivi di grande rilievo; né lo sviluppo delle ferrovie valse a modificare profondamente le correnti di scambio, se non per alcuni generi molto specializzati.

Insomma, ben difficilmente l'industria italiana sarebbe uscita dal vicolo cieco in cui la condannava l'insufficienza dell'indirizzo liberista, se non fosse sopraggiunta nell'ultimo scorcio degli anni Settanta la mancanza del lungo ciclo espansivo che aveva segnato le cadenze dell'economia europea del quarto decennio dell'Ottocento.

Negli anni '80 l'Europa fu colpita da un periodo di forte crisi con un rallentamento nel tasso di crescita economica. Alle origini di tutto ciò stava la concorrenza dei cereali americani, russi e di alcuni paesi asiatici che si erano riversati a basso prezzo sul mercato internazionale, grazie allo sviluppo dei trasporti a vapore, che aveva abbassato i noli marittimi, e all'estensione delle strade ferrate.

Dall'agricoltura la crisi si diffuse agli altri settori poiché il crollo dei prezzi agricoli restrinse la massa dei consumi.

Anche i paesi più industrializzati accusarono la crisi; l'Inghilterra stabilì una serie di tariffe doganali differenziate a seconda dei settori, e la Francia al regime protezionistico associò l'espansione coloniale.

Alla depressione economica non sfuggì neppure l'industria tedesca fino al 1879, quando venne adottata la politica protezionistica.

Il protezionismo fu il mezzo cui fecero ricorso quasi tutti i Paesi europei per risolvere la crisi economica che si protrasse fino all'ultimo scorcio dell'800. Il protezionismo fu un sistema di politica commerciale tendente a proteggere la produzione agricola o industriale nazionale dalla concorrenza estera, gravando i prodotti stranieri di dazi doganali così onerosi da impedirne l'importazione.

A rivendicare il protezionismo non erano soltanto gli ambienti industriali, ma anche i proprietari terrieri colpiti dal crollo dei prezzi e dalla diminuzione della produzione cerealicola e zootecnica, non più riparate dalla concorrenza straniera.

La classe politica italiana fu costretta a misurarsi con l'ondata di malcontento, soprattutto al nord, in seguito alla riduzione dei redditi e dell'occupazione che insieme all'aumento dell'emigrazione e alla flessione delle entrate finanziarie furono le manifestazioni più eloquenti del declino dell'agricoltura.

A favorire il protezionismo in Italia furono gli industriali; tra i più battaglieri Alessandro Rossi, che come laniere e senatore si impegnò affinché l'Italia imboccasse la via dell'industrializzazione, essenziale per la crescita economica del Paese.

Alessandro Rossi era rimasto affascinato dall'ascesa degli Stati Uniti, infatti l'avanzata dell'economia americana dimostrava l'importanza e l'efficacia delle tariffe doganali.

Secondo Rossi lo sviluppo della ricchezza nazionale e dei commerci, dell'agricoltura dipendeva dalle capacità industriali che solo con il protezionismo potevano essere potenziate.

Lo sviluppo industriale era ora basato sull'estensione del capitale. Si assisteva alla creazione delle fabbriche sempre più grandi (metallurgia e chimica) con sistemi che consentivano risparmi di manodopera.

La fondazione di una grossa compagnia: LA NAVIGAZIONE GENERALE ITALIANA e l'impianto di una grande acciaieria a Terni rappresentarono un'iniziativa significativa al rafforzamento dell'industria pesante.

Il protezionismo tendeva a collegare gli interessi dell'industria a quelli dell'agricoltura, nella visione più ampia di uno sviluppo economico nazionale.

Tuttavia, nonostante il protezionismo l'agricoltura subì un generale arretramento .

Questo fenomeno fu talmente evidente che anche l'egemonia politica e sociale dei proprietari fondiari si indebolì.

Il protezionismo non era bastato per reintegrare completamente i guadagni dei ceti rurali e inoltre con la nuova politica doganale si inaugurò una serie di interventi dello Stato a favore essenzialmente del settore industriale.

Secondo lo studioso Alexander Genschenkron il protezionismo si rivelò dannoso per un processo di industrializzazione efficace. A suo parere a causa del prezzo troppo alto delle materie prime, l'industria siderurgica ostacolava l'evoluzione del settore meccanico.

Inoltre sarebbe stato un grosso errore proteggere l'industria tessile, che aveva un basso tasso di progresso tecnologico moderno e possibilità limitate in un Paese arretrato.

In Italia non risulta che i favori concessi alla siderurgia abbiano impedito in qualche modo lo sviluppo dell'industria meccanica. Infatti, nonostante non fosse egualmente protetta, questa fu in grado di accrescere le proprie potenzialità.

Per quanto riguarda l'industria cotoniera essa raggiunse risultati di grande rilievo e riuscì a realizzare un sistema moderno di fabbrica; nel 1890 l'industria cotoniera controllava da sola quasi il 40% di tutti gli investimenti ed aveva iniziato ad affermarsi all'estero nel settore dei filati. Essa aveva dato vita a nuovi centri industriali, producendo lavoro nelle campagne; favorì anche la diffusione di piccole banche provinciali. Nacquero villaggi operai accanto alle fabbriche con alcuni servizi assistenziali.

La vera spinta espansiva veniva dai "fabbriconi" di cotone a più piani in cui si ammassavano tantissime persone, specialmente donne e ragazzi.

Ma questo nuovo slancio assunto dall'industria italiana si scontrò con il dissesto del sistema bancario e con il peggioramento della congiuntura internazionale.

Con il boom delle aeree fabbricabili, l'aumento dei prezzi dei terreni e delle case, quasi il 25% degli investimenti totali fu destinato all'edilizia.

Molte banche che avevano finanziato l'edilizia andarono in rovina.

Inoltre la crisi manifestatasi in Europa alla fine degli anni '70 si stava rivelando più lunga e complessa di quanto si potesse immaginare.

Dopo l'agricoltura colpì anche l'industria ed il settore terziario, rallentando la formazione di nuovi capitali e ostacolando gli scambi.

Come protezione molti stati difesero la propria bilancia commerciale, imponendo nuovi veti all'importazione e combattendo tra loro per spartirsi i territori coloniali.

In questo panorama nel 1889 l'Italia affrontò la guerra doganale contro la Francia; i motivi di tensione fra questi due Paesi risalgono al 1881, quando la Francia aveva occupato la Tunisia, e all'ostilità della Francia di fronte alla stipulazione della Triplice Alleanza tra Italia, Germania e Austria-Ungheria nel 1882.

Le conseguenze negative dell'economia italiana non sono solo da addebitare alla rottura delle relazioni commerciali con la Francia o al protezionismo, ma all'insieme di varie cause, come la trascuratezza nella coltivazione dei campi, la mancanza di bonifiche e di investimenti pubblici e privati per il miglioramento della coltivazione.

Il crollo delle esportazioni sul mercato francese restrinsero le capacità di assorbimento della produzione industriale sul mercato interno.

Nel 1892 il reddito nazionale diminuì e rimase poi fermo fino al 1897; il risparmio cominciò a risalire solo nel 1900. Pertanto il settore industriale rimase fermo e soltanto nel 1899 si riportò ai valori raggiunti alla fine degli anni '80.

Le industrie metallurgiche e meccaniche furono quelle maggiormente colpite dalla crisi ma riuscirono a riprendersi in breve tempo.

Dal 1894, infatti, la produzione delle filature e quella dei tessuti cominciarono a risalire la china. Nel 1898 erano aumentati i forni Martin Siemens e ciò permise l'aumento della produzione anche se non si era ancora giunti alla realizzazione di stabilimenti a ciclo continuo che avrebbero permesso di passare dal minerale al prodotto senza il processo di raffreddamento. C'erano tuttavia le premesse per arrivare a un processo del genere grazie alle misure adottate dallo Stato in favore della marina militare e alla revisione dei criteri d'appalto del più importante giacimento di ferro del paese. C'era infatti l'opportunità di procedere alla creazione di un nuovo sistema di appalto delle miniere di ferro dell'Elba, il cui prodotto veniva esportato soprattutto in Inghilterra.

Con la costituzione della società d'Elba si apre un nuovo capitolo per la siderurgia nazionale. Vennero aumentate le spese per le costruzioni navali e ciò permise alla cantieristica di incrementare la fabbricazione delle navi a vapore.

Tra il 1895 e il 1898 si hanno le prime trasportazioni di navi italiane in Argentina, Spagna, Portogallo, Messico e Romania; ma solo nel '900 si avrà il vero decollo industriale. Iniziano a svilupparsi in questo periodo industrie come quella chimica, elettrica e della gomma.

Nell'industria tessile l'avvento del telaio meccanico segnò una svolta decisiva ai fini dell'organizzazione e del mercato del lavoro. Tuttavia l'uso del telaio meccanico avverrà solo nel '900 perchè in questo periodo ci si serviva maggiormente per la manodopera di donne e bambini che lavoravano fino a dodici ore al giorno per arrotondare i magri salari. Il telaio meccanico prese il sopravvento per ragioni di carattere commerciale: si rese necessaria infatti una standardizzazione dei prodotti e il telaio assicurava un articolo più regolare e non richiedeva particolari competenze e ciò permise l'assunzione di un numero sempre crescente di donne e bambini; a questo periodo risalgono le prime leggi sulla limitazione degli orari di lavoro. La manodopera maschile in questo periodo era sempre più sostituita da forza-lavoro non qualificata; per i tessitori rimasti ai loro posti si aggiunse, insieme alla perdita della loro specializzazione, sostituita dalle macchine, la riduzione dei cottimi e dei salari.

Per quanto riguarda il mestiere e la figura dell'operaio qualificato continuarono invece a resistere per lungo nell'industria meccanica. Nelle officine milanesi si potevano trovare tutti i mestieri, per ognuno dei quali capitava spesso che ci fosse un "maestro" dal quale dipendevano i lavoratori minori (apprendisti, aiutanti).

Nel corso degli anni ottanta le industrie, come la Breda, la Stucchi, la Tosi, la Prinetti, si ingrandirono grazie all'introduzione di nuove macchine. L'introduzione di macchine speciali segnò una svolta nell'organizzazione del lavoro e dell'impiego di manodopera. Anche in Italia, con trenta, quaranta anni di ritardo, avveniva ciò che in Inghilterra era già avvenuto da tempo.

La sostituzione della lima e del martello, l'impiego delle macchine segnarono il declino della professionalità dei mestieri ma aumentarono la qualità dei prodotti e al loro produzione.

La situazione per quanto riguarda l'industria pesante era ben diversa.

Nelle industrie come quella siderurgica i problemi fondamentali erano quelli di finanziamento e del controllo del mercato. La soluzione dipendeva dal governo che spesso non forniva i finanziamenti necessari, perciò molte industrie procedevano alla cieca e spesso si trovavano sull'orlo della bancarotta.

Il governo finanziava maggiormente i cantieri navali perchè le navi costituivano una grande forza per lo Stato.

L'inflazione che si era creata, tuttavia, dipendeva anche da altre cause riconducibili agli stanziamenti in opere pubbliche, al forte indebitamento verso l'estero determinato dalle continue emissioni di titoli pubblici e al deficit della bilancia dei pagamenti.

Lo Stato attuava una politica a favore di alcuni settori e non di altri, favorendo l'arricchimento di singoli individui.

Ciò contribuì alla rinascita delle vecchie tensioni risorgimentali tra Destra e Sinistra.

Gli aiuti dello Stato ai cantieri navali, i favori accordati dal governo alla siderurgia, contribuivano ad accrescere le fortune personali di pochi. tuttavia le grandi industrie, come quella siderurgica appunto, davano occupazione a migliaia di operai.