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COSTITUZIONE DI ATENE

 

4. Quelle che sopra abbiamo detto sono le disposizioni fondamentali della più antica costituzione. Dopo di essa, trascorso non molto tempo, sotto l'arcontato di Aristeemo, Dracone 8 stabilì degli ordinamenti precisi, che si possono esporre così. La cittadinanza venne concessa a tutti quelli che si potevano procurare delle armi; i nove arconti ed i tesorieri erano eletti tra coloro che avevano un capitale non inferiore alle dieci mine 9 libero da ipoteche; le cariche inferiori venivano concesse a tutti quelli che possedevano le armi. I generali ed i comandanti della cavalleria dovevano dichiarare di possedere un capitale libero da ipoteche di non meno di cento mine ed avere figli legittimi di mogli legittime di età superiore ai dieci anni. Per costoro, fino a quando non avessero reso conto del loro operato, dovevano rispondere i pritani, i generali, i comandanti della cavalleria dell'anno precedente, dovendo i quattro mallevadori richiesti appartenere allo stesso grado dei generali e dei comandanti della cavalleria. Il consiglio era costituito da quattrocentoun membri tratti a sorte tra tutti i cittadini. Potevano essere elette a questa come alle altre cariche soltanto persone che avessero superato i trent'anni di età e non si poteva occupare due volte la medesima carica prima che tutti avessero compiuto il loro turno; dopo di che si poteva essere di nuovo eletti. Se un consigliere che avesse ottenuto un seggio nel consiglio o nell'assemblea generale si assestava veniva punito con una multa di tre dramme 10 se era un pentacosiomedimmo, di due se era un cavaliere e di una se era uno zeugite l1. Il consiglio dell'Areopago era il custode delle leggi e sorvegliava la costituzionalità degli atti delle magistrature. C'era anche la possibilità per chi aveva patito un torto di appellarsi ad esso per dimostrare quale legge era stata violata nell'infliggergli il danno. Con tutto ciò i prestiti si facevano ancora sulla garanzia della libertà personale, come si è detto, e la terra era distribuita tra un numero limitato di persone.

5. Questi ordinamenti di quella costituzione in cui molti erano servi di pochi, provocarono la rivolta del popolo contro i nobili, una rivolta violenta che mise per molto tempo i due partiti uno contro l'altro. Alla fine per comune consenso scelsero come paciere ed arconte Solone 12, cui affidarono la costituzione, come testimonia l'inizio della sua elegia:

Lo so e a me nel cuore affanno giace

vedendo la vecchissima terra di Ionia uccisa.

Egli ora rintuzzava le pretese di entrambi i partiti, ora combatteva e discuteva in favore di entrambi tentando con ciò di mettere fine ovunque all'imperversante amore di contesa. Era Solone uno dei primi per doti naturali e per fama, ma apparteneva alla classe media per ricchezza e per posizione sociale e perciò, come tutti ammettono e come egli stesso testimonia nelle sue poesie, esortava i ricchi a non prevalere:

Voi nel petto il forte cuore moderate

che molti beni avete accumulato,

la mente superba moderate; altrimenti né noi

vi obbediremo né a voi queste cose converranno,

e sempre dà ai ricchi la colpa dell'insurrezione. In questo senso anche all'inizio dell'elegia egli dice di temere l'amore del denaro e la superbia come suscitatori di odio.

6. Solone, impadronitosi del potere, liberò immediatamente il popolo e per sempre, vietando di imprestare denari pretendendo come garanzia la stessa libertà personale, stabilì delle leggi ed ordinò il taglio dei debiti pubblici e privati, per alleggerirne il peso con quello che è noto sotto il nome di "alleggerimento". A questo proposito tentarono di calunniarlo, perché egli accingendosi a fare il taglio dei debiti, comunicò il suo progetto ad alcuni nobili, in conseguenza di che, a quanto dicono ora i democratici, fu ingannato da amici, sebbene quelli che sostengono la sua accusa insistano nel volerlo fare compartecipe della loro responsabilità. Questi pretesi amici si erano fatti imprestare denaro con il quale avevano acquistato molta terra, sicché non molto tempo dopo, con il taglio dei debiti, si erano arricchiti; anzi - a quanto dicono - erano poi riusciti a farsi passare per ricchi di antica data. Con tutto ciò è molto più convincente la difesa dei democratici, perché non è verisimile che un uomo in tutto il resto così moderato e così sollecito del pubblico interesse, che pur potendo farsi tiranno prevalendo sui suoi concittadini, preferì farsi nemico di tutti e due i partiti e diede maggior valore al decoro e alla salvezza della città che al proprio potere, si macchiasse in cose così piccole e di così poco valore. Che avesse questa possibilità testimoniano le cattive condizioni in cui si trovava Atene, egli stesso lo ricorda più volte nelle sue poesie e tutti gli altri concordemente lo ammettono. Perciò bisogna pur ammettere che si tratti di una falsa accusa.

7. Solone diede una nuova costituzione e delle nuove leggi, sostituendo le disposizioni di Dracone, ad eccezione di quelle riguardanti gli omicidi. Le leggi furono scritte su delle tavole che furono collocate nel portico regio e tutti giurarono che le avrebbero seguite. Gli arconti promisero con giuramento sull'altare che avrebbero fatto innalzare una statua d'oro se avessero trasgredito qualcune di quelle leggi; formula di giuramento che è rimasta tuttora in vigore. Solone sancì per cento anni la validità delle leggi e inaugurò la costituzione che era così composta.

In base al censo egli divise i cittadini in quattro classi, analoghe del resto a quelle già esistenti, i pentacosiomedimni, i cavalieri, gli zeugiti e i teti 13. Si distribuivano le cariche 14 a cominciare dai pentacosiomedimmi via via ai cavalieri ed agli zeugiti, sicché i nove arconti, i tesorieri, gli appaltatori, gli undici, i cassieri, ciascuno aveva una carica la cui importanza era proporzionata all'uomo che la ricopriva. Gli operai a giornata costituivano una classe che aveva soltanto diritto a mandare membri nell'assemblea generale e nei tribunali.

Faceva parte dei pentacosiomedimmi chi ritraeva dal suo proprio capitale una rendita di cinquecento misure tra prodotti solidi e liquidi, mentre era cavaliere chi ne raggiungeva solo trecento, cioè quel tanto che bastava, a quanto dicono, per mantenere un cavallo. A prova di ciò si adduce il nome della classe che deriverebbe appunto dal criterio che si adottava per definirla, come testimoniano le scritte lasciate dagli antichi. C'è, per esempio, sull'acropoli una effigie sulla quale si legge questo detto:

Antemione di Difilo questa effigie ha dedicato agli dèi,

perché è stato posto dalla classe dei teti a quella dei cavalieri e accanto a questo si scorge l'immagine di un cavallo, come a testimoniare che la classe dei cavalieri ha qualcosa a che fare con i cavalli. Tuttavia è più probabile che anche per questa classe, come per quella dei pentacosiomedimni, ci fosse una misura precisa della rendita che bisognava possedere. Gli zeugiti dovevano possedere duecento misure di rendita tra solido e liquido; tutti gli altri erano operai che non avevano diritto ad accedere ad alcuna carica 15. Proprio in séguito a ciò anche oggi quando si parla della classe cui appartiene uno che stia per essere eletto a qualche carica, nessuno menziona quella degli operai.

8. Solone stabilì che i titolari delle magistrature venissero eletti con elezioni di secondo grado da candidati eletti con elezioni di primo grado da ciascuna tribù. Per l'elezione dei nove arconti ogni tribù doveva presentare dieci candidati dai quali sarebbero stati sorteggiati i titolari della magistratura. Fin qui risale la consuetudine che le tribù eleggano dieci persone dalle quali poi sono tratti i magistrati con un successivo sorteggio. E che queste doppie elezioni vi fossero testimonia la legge, vigente tuttora, sui tesorieri, che ordina di sorteggiarli solo tra i candidati presentati dalla classe dei pentacosiomedimni. Queste dunque sono le disposizioni che Solone diede per disciplinare la carica dei nove arconti. Anticamente era il consiglio dell'Areopago che avocava a sé questa materia e giudicava chi fosse degno di ciascuna magistratura in cui poi lo collocava per un anno.

Le tribù rimasero quattro come prima e quattro i rispettivi re. Ciascuna tribù comprendeva poi tre terzi e dodici naucrarie; quest'ultima carica, tenuta dai naucrari, era una magistratura istituita appositamente per far fronte a contribuzioni e spese che la tribù dovesse affrontare, ragion per cui nelle leggi di Solone, che oggi non sono più in vigore, era stabilito che i naucrari riscuotessero quote per il patrimonio apposito che era loro affidato e da esso attingessero per le spese.

Solone stabilì che il consiglio constasse di quattrocento membri, cento per ogni tribù 16. Al consiglio degli areopagiti diede il còmpito di vegliare sulle leggi - ufficio che del resto spettava loro anche prima, quando fungevano da corte costituzionale -, di sbrigare i più numerosi e i più importanti tra gli altri affari della città, di vagliare i rendiconti di coloro che avevano compiuto qualche reato, dal momento che aveva il potere di imporre pene di ogni specie, di versare direttamente le pene pecuniarie allo Stato senza specificarne la provenienza e di giudicare coloro che avevano congiurato a danno della comunità, poiché la legge di Solone stabiliva che essi comparissero dinnanzi a questo consiglio. Vedendo poi che nella città scoppiavano spesso rivolte, e che alcuni cittadini aspettavano inerti il caso per pigrizia, Solone stabilì una legge apposita per essi nella quale era sancito che chi, in caso di ribellione, non prendesse le armi, per un partito o per l'altro, fosse colpito da disonore ed escluso dalla città.

9. Questi erano gli ordinamenti concernenti le magistrature. Nella costituzione di Solone, a quanto pare, erano tre gli elementi più favorevoli al popolo: i) che è il più importante, che non si imprestasse più denaro chiedendo come garanzia la libertà personale; 2) che chiunque volesse potesse ottenere la punizione per chi aveva commesso i reati di cui egli aveva patito il danno; 3) l'accesso del popolo ai tribunali (il provvedimento che dicono abbia maggiormente rafforzato il popolo) per mezzo del quale esso è diventato padrone della costituzione, perché è diventato padrone delle sentenze. A ciò va aggiunto che le leggi non parlavano in modo assoluto né in termini troppo chiari, ma presentavano spesso casi analoghi alla legislazione sull'eredità e le ereditiere; in questi casi sorgevano necessariamente molte discussioni e naturalmente il tribunale restava arbitro di molte decisioni, sia pubbliche che private. Alcuni anzi credono che convenga formulare le leggi in termini non chiari, perché il popolo possa disporre del giudizio. Tuttavia non pare che derivi da questo proposito la poca chiarezza della legge, quanto piuttosto dal fatto che non è possibile cogliere con precisione la migliore soluzione di un caso giuridico prospettato nella sua massima generalità. Ma, del resto, non abbiamo nessun diritto a giudicare dagli avvenimenti di ora gli intendimenti del legislatore di allora; cosa che richiede di mettersi dal punto di vista di quella costituzione.

10. Abbiamo visto quali provvedimenti legislativi paiono avere un carattere democratico. Ala prima della promulgazione delle leggi, Solone sancì il taglio dei debiti e poi l'aumento delle misure, dei pesi e della moneta. Sotto di lui entrarono in uso misure maggiori di quelle fidoniane e la mina che prima pesava quasi quanto settanta dramme venne portata a cento 17. L'antica moneta era il didramma. Egli stabilì poi una relazione tra le misure di peso ed il denaro considerando sessantatré mine equivalenti ad un talento e determinò in relazione con un'unità di tre mine lo statere e le altre unità di peso 18.

11. Dopo aver organizzato la costituzione nel modo che si è detto, Solone, vedendo che lo molestavano per le leggi che aveva fatto, alcuni rimproverandolo, altri avanzando rivendicazioni, non volendo né respingere queste richieste né essere odiato da tutti, intraprese un viaggio in Egitto per scopi commerciali e per acquistare conoscenze, promettendo che non sarebbe ritornato che dopo dieci anni. Egli infatti pensava di non avere il diritto di star lì ad interpretare le leggi, perché bastava che ognuno eseguisse soltanto ciò che stava scritto. Del resto molti nobili erano diventati riottosi nei suoi riguardi per il taglio dei debiti ed entrambe le parti della città avevano mutato la loro disposizione nei suoi riguardi per aver avuto una sistemazione sociale diversa da quella che si attendevano. Il popolo da parte sua credeva che sarebbero state divise tutte le proprietà, mentre i nobili pensavano che si sarebbe ripristinato il vecchio stato di cose, o, per lo meno, lo si sarebbe mutato di poco. Solone, invece, andò contro le pretese degli uni e degli altri e, pur avendo la possibilità di accordarsi con uno dei due partiti e instaurare la tirannia, preferì essere odiato da entrambi pur di salvare la patria e di dare le leggi migliori.

I2. La testimonianza concorde di tutti ed il ricordo che Solone ci ha lasciato nelle sue poesie confermano quanto abbiamo detto:

Al popolo diedi un dono che gli bastasse,

non sottraendoti né aggiungendogli onore.

Chi aveva potenza e per ricchezza eccelleva

impedii che acquistasse calpestando la giustizia.

Stando nel mezzo un forte scudo gettai ad entrambi

non lasciando che nessuno vincesse ingiustamente.

Parlando poi del popolo che dalla sua opera deve trarre vantaggio egli dice:

Se così il popolo seguisse i suoi capi nelle cose migliori

non riceverebbe troppa umiliazione né troppa violenza.

Ché l'abbondanza genera tracotanza, quando molta fortuna deriva

agli uomini che non hanno mente saggia.

E queste cose ripete altrove dove parla di quelli che vorrebbero distribuire la terra:

Chi giunse alle rapine con speranza di ricchezza

sperò di trovarvi grande fortuna

e che io con dolci chiacchiere manifestassi il pensiero crudele.

Stolte cose dissero ed ora irati con me

con cupo sguardo tutti mi squadrano come nemico.

Non è giusto: ciò che dissi con l'aiuto degli dèi feci

e non feci invano, né della tirannide

la violenza mi piace impiegare né che della terra pieria

i buoni la stessa sorte abbiano che i cattivi.

E queste cose riconferma a proposito del taglio dei debiti e della liberazione dei servi che era avvenuta in quella occasione:

Perché avrei dovuto radunare il popolo

per desistere prima d'aver ottenuto lo scopo?

Per me testimonierà facendo giustizia nel tempo

la grandissima madre degli dèi olimpii

la migliore, la Terra nera, dalla quale io un tempo

tolsi le molte barriere saldamente fisse

e quelli che un tempo eran schiavi, liberi feci.

Molti Ateniesi alla patria divina

ricondussi che avevano sofferto alcuni ingiustamente

altri giustamente, e quelli che da necessità spinti

fuggirono i debiti e la favella greca dimenticarono

vagando in molte terre;

e qui quelli che la pesante servitù

sopportavano tremando dinnanzi ai padroni,

liberi feci. E questo con la potenza

della legge, forza e giustizia armonizzando,

feci; e le promesse mantenni.

Leggi uguali posi per il buono e per il cattivo,

chiara pena assegnando a ciascuno.

Ed un altro che come me avesse posseduto il potere,

uomo infido ed avido,

non avrebbe sollevato il popolo, ché se avessi deciso

ciò che piaceva agli uni allora

o ciò che gli altri suggerivano,

di molti uomini questa città sarebbe priva.

Violenza da ogni parte subii

come lupo circondato da molti cani.

Imprecando poi contro le ingiurie scagliategli contro dopo il suo operato dai due partiti avversi, egli dice:

Se il popolo bisognasse biasimare ciò che ora hanno, mai con gli occhi lo avrebbero visto neppure in sogno; quanti tra i più grandi ed i più forti mi loderebbero e ambirebbero la mia amicizia!

Se a qualcun altro, egli dice, fosse toccato l'ufficio che è toccato a me

Non avrebbe sollevato il popolo né avrebbe sedato la lotta prima di aver fatto rovine e di aver succhiato il fiore del latte. Io posto tra due eserciti,

posi tra loro un confine.

I3 Questa è la ragione per cui Solone intraprese i suoi viaggi. Dal giorno della sua partenza, che avvenne quando la città era ancora in crisi, per quattro anni successivi regnò la pace. Ma nel quinto dopo il potere di Solone non venne insediato l'arconte perché era scoppiata l'insurrezione; e per le stesse ragioni la cosa si ripeté dopo quattro anni. Dopo questo secondo periodo di quattro anni Damasia divenne arconte e governò per due anni e due mesi, fino a che non fu cacciato dal potere con la violenza. Parve allora che per mettere fine alle discordie si dovessero eleggere dieci arconti e cioe cinque eupatridi, tre agricoltori e due industriali; ed effettivamente un collegio di arconti così composto governò per un anno dopo Damasia. D'onde risulta chiara-

 

 

 

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degli Spartani. La Pizia continuando ad insistere nel suo oracolo secondo cui gli Spartan@ avrebbero liber ato Atene, riuscì a convincere questi ultimi ad accingersi a questa impresa, sebbene rapporti di ospitalità li legassero con i Pisistratidi; del resto non meno che l'oracolo li spingeva l'amicizia degli Argivi per i Pisistratidil7 . Dappr ima inviarono Archimolo con un esercito per mare; ma fu sconfitto e finito perché Cinea tessalo era venuto in aiuto con mille cavalieri. Adiratisi per ciò che era avvenuto, gli Spartani inviarono il re Cleomene con un esercito più grande per terra. Questi sconfisse i cavalieri di Tessalo che gli sbarravano il passo verso l'Attico, sconfisse Ippia ed assediò il cosiddetto muro pelasgico 111 aiutato dagli Ateniesi. Durante questo assedio riuscì a catturare i figli dei Pisistratidi, mentre tentavano una sortita. In séguito alla loro cattura si dovette pervenire alle trattative per ottenere la liberazione dei prigionieri e la salvezza degli stessi assediati; essi ebbero cinque giorni per mettere in salvo sé stessi e le loro cose, dopo i quali consegnarono l'Acropoli agli Atenicsi. Avevano tenuto la tirannide per diciassette anni dopo la morte del padre e per quarantanove complessivamente da quando il padre era giunto al potere 19.

 

 

 

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20. Caduta la tirannide si trovarono di nuovo l'uno di fronte all'altro i due partiti di Isagora, figlio di Tesandro, amico dei tiranni, e di Clistene che apparteneva alla schiatta degli Alcmeonidi. Poiché aveva amicizie meno potenti, Clistene sollevò il popolo concedendo ad esso i diritti politici. Isagora, allora, sentendosi diminuito nelle sue forze, ricorse a Cleomene, con il quale aveva legami di ospitalità, lo convinse ad intervenire ad Atene e a cacciare i sacrileghi; perché pareva che gli Alcmeonidi si fossero macchiati di questa colpa. Clistene dovette fuggire insieme con un ristretto numero di persone, allora Cleomene bandì dalla città novecento famiglie, tentò di sciogliere il consiglio, e di fare padrone della città Isagora con trecento amici. Ma il consiglio sollevò e radunò il popolo, sicché i seguaci di Cleomene e di Isagora furono costretti a rifugiarsi nell'acropoli che il popolo assediò per due giorni. Il terzo cacciarono Cleomene e tutti i suoi cl,.e erano scesi a patti, mentre richiamavano Clistene e gli altri profughi. Una volta che il popolo ebbe i supremi poteri, Clistene divenne il suo campione ed il capo dello Stato. Il maggior contributo alla cacciata dei tiranni spetta forse agli Alcmeonidi, che molte delle loro imprese portarono a termine servendosi delle sommosse. Anche prima degli Alcmeonidi Cedone si era posto contro i tiranni, tanto che ancora si canta negli scolii:

Del lanciere Cedone non ti dimenticare, o servo, se agli uomini valorosi vino bisogna mescere.

21. Per queste ragioni il popolo diede la sua fiducia a Clistene il quale si fece allora suo capo dopo tre anni dalla caduta dei tiranni, sotto l'arcontato di Isagora.

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Clistene divise tutta la popolazione in dieci tribù anziché in quattro, desiderando elimhl'áre molte antiche divisioni perché la popolazione potesse partecipare su più larga scala ai diritti politici; da questo fatto trae origine il detto che non ha bisogno di tener conto delle tribù chi esamina la discendenza. Portò poi il numero dei membri del consiglio da quattrocento a cinquecento, chiamandone cinquanta da ciascuna tribù, mentre prima ne erano chiamati cento. Per questo non divise la città in dodici tribù che avrebbero coinciso con i terzi precedenti, quando appunto le quattro tribù avevano complessivamente dodici terzi; infatti a questo modo non si sarebbe ottenuta la maggior fusione di tutti gli elementi della cittadinanza, che era proprio lo scopo che si desiderava. Divise tutto il territorio in trenta parti, divise a loro volta in demi. Dieci di esse erano presso la città, dieci sulla costa e dieci nell'entroterra. Chiamò poi terzi queste parti e stabilì che ogni tribù ne avesse tre prese da ciascuna di queste divisioni, perché ogni tribù avesse terra di tutti i tipi. Stabilì che coloro che abitavano nello stesso demo fossero compagni di demo, perché con l'uso del nome patronimico, non venissero sùbito indicati i nuovi cittadini. Perciò gli Ateniesi usano nomi che indicano il demo di provenienza. Istituì dei capi dei demi aventi la stessa competenza degli antichi naucrari, dal momento che il demo veniva proprio a sostituire la naucraria. Il nome di alcuni demi fece derivare dal luogo che avevano avuto in assegnazione, il nome di altri da quello del loro fondatore, perché non tutti corrispondevano a delle divisioni locali. Lasciò poi ancora sussistere le stirpi, le fratrie e le associazioni sacre, ciascuna secondo i costumi tradizionali che le avevano rette. Alle tribù diede i nomi di dieci eroi che la Pizia aveva scelto da una lista di cento.

22. Da queste vicende risultò una costituzione molto più democratica di quella di Solone. Molte leggi soloniane erano già state abolite dalla tirannide che praticamente non ne aveva più fatto uso, altre venivano instaurate ad opera di Clistene che mirava a conquistare il popolo e tra queste

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c'era anche la legge sull'ostracismo. Dapprima, circa quattro anni dopo questo rivolgimento politico, sotto l'arcontato di Ermocreonte, venne imposto al consiglio dei cinquecento il giuramento che vige tuttora; poi gli strateghi vennero eletti sulla base delle tribù, in ragione di uno per tribù, mentre il comandante supremo dell'esercito era il polemarco. Undici anni dopo in occasione della vittoria di Maratona sotto l'arcontato di Fenippo, due anni dopo la battaglia, in un momento di entusiasmo popolare si ricorse per la prima volta alla legge sull'ostracismo che fu sancito per il sospetto contro le persone potenti come Pisistrato che da demagogo e stratego si era fatto tiranno. Ed il primo ad essere colpito con questo provvedimento fu proprio uno che apparteneva alla schiatta del tiranno, cioè Ipparco figlio di Carmo di Collito, contro il quale Clistene fece espressamente questa legge volendo cacciarlo dalla città. Infatti gli Ateniesi permettevano agli amici dei tiranni, che non avessero commesso qualche colpa nei disordini, di vivere nella città approfìttando della consueta mitezza del popolo; ora il capo ed il campione di costoro era proprio questo Ipparco. Nell'anno successivo sotto l'arcontato di Telesino 14 i nove arconti furono sorteggiati, prendendo per base le tribù, da una lista di cinquecento nomi proposti dai demi allora per la prima volta dopo la tirannide (mentre prima tutti erano eleggibili 41) . Allora fu colpito con ostracismo Megacle figlio

 

 

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di Ippocrate del demo della Alopece. Dopo tre anni in cui erano stati colpiti con ostracismo gli amici del tiranno, per i quali la legge era stata escogitata, nel quarto anno da tutti questi avvenimenti, con le sanzioni da essa previste vennero colpiti tutti coloro la cui potenza pareva innalzarsi al di sopra del normale; e la prima vittima fu uno che era lontano dagli ambienti del tiranno, cioè Santippo figlio di Arifrone. Dopo due anni, sotto l'arcontato di Nicodemo, si scoprirono le miniere della Maroneia dal cui sfruttamento la città ottenne il guadagno di cento talenti. Alcuni proposero di distribuirli al popolo, ma Temistocle si oppose non dicendo quale guadagno si aspettasse dall'esecuzione della sua proposta ma ingiungendo di imprestare un talento per ciascuno ai cento più ricchi cittadini, continuando poi l'investimento da parte della città se essa fosse sembrata opportuna; in caso contrario si poteva esigere la restituzione della somma imprestata. Il risultato di questo provvedimento fu che furono costruite cento navi, una per ciascuno dai varii destinatari del prestito: con esse si combatté a Salamina contro i barbari. In queste occasioni fu colpito con ostracismo Aristide, figlio di Lisimaco. Ma tre anni

 

 

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dopo, sotto l'arcontato di Ipsecide, furono richiamati tutti gli esiliati dinanzi alla minaccia dell'esercito di Serse. In séguito i colpiti con ostracismo furono costretti solo a dimorare oltre i confini di Geresto e Scilleo o furono privati completamente dei diritti politici.

23. Da allora fino ad ora la città ha fatto progressi rafforzandosi a poco a poco nelle sue istituzioni democratiche. Dopo le guerre persiane si rinsaldò il consiglio dell'Arcopago che riprese a guidare la città, non perché si fosse arrogato qualche competenza specifica che non gli spettasse, ma perché era stato l'elemento determinante nella battaglia navale di Salamina. In quell'occasione mentre i generali erano titubanti e gridavano il " si salvi chi può!", intervenne il consiglio dell'Areopago che diede otto dramme ad ogni soldato inducendo i combattenti a ritornare sulle navi.

A questo modo passò ad esso il dominio politico e in questo periodo gli Ateniesi furono ben governati. Essi formarono la loro potenza guerresca, si acquistarono fama presso i Greci e si costituirono un'egemonia marittima nonostante l'opposizione di Sparta. E tutto ciò sotto la guida di due campioni del popolo, Aristide figlio di Lisimaco e Temistocle figlio di Neocle, questo valente come artefice della preparazione bellica, l'altro abile come politico ed assolutamente eccezionale nella pratica della giustizia; appunto perciò l'uno fu stratego e l'altro consigliere. Insieme diressero, pur divisi da dissensi, la ricostruzione delle mura; Aristide caldeggiò il distacco degli Ioni dall'alleanza con gli Spartani approfittando del tradimento di Pausania; per primo impose delle tasse ai cittadini due anni dopo la battaglia navale di Salamina sotto l'arcontato di Timostene Il e strinse con gli Ioni un patto di solidarietà e di intervento, gettando in mare una massa di metallo incandescente.

Note

8. La legislazione di Dracone si può collocare nella seconda metà del VII sec. a. C.; quanto all'anno, il nome di Aristecmo non ci dice nulla, perché di lui non abbiamo nessuna notizia.

9. La mina era una delle unità ponderali del sistema greco, derivata tuttavia dall'Oriente, e corrispondente a 436 g circa.

10. La dramma attica o dramma leggera era la centesima parte della mina.

11. I pentacosiomedimmi, i cavalieri e gli zeugiti costituivano Classi in cui Solone dividerà più tardi la popolazione (cfr. oltre); comunque una divisione analoga doveva sussistere fin dal tempo di Dracone.

12. Solone, nobile ateniese, figlio di Essecestide, fu poeta oltre che uomo politico, sebbene nelle sue poesie egli metta sempre in primo piano le idee che guidarono la sua opera legislativa, sicché si può dire che anche la sua produzione letteraria non sia che uno dei modi di manifestarsi della sua attività politica. Il pieno sviluppo della sua personalità va collocato nel VI sec. a. C.; nel 594-593 a. C. egli divenne arconte e diede inizio alla sua opera legislativa.

13. La divisione in classi non è del tutto nuova (cfr. nota 11) e la divisione tra cavalieri (che potevano nutrire cavalli a loro spese), zeugiti (che si servivano di una coppia di buoi per arare le loro terre) e teti (che possedevano terreno insufficiente per acquistarsi le armi o che non avevano proprietà) sussisteva già prima di Solone, che ha avuto il merito di rendere stabili e precisi i confini tra le varie classi, fissando con precisione i criteri discriminativi da usare al loro riguardo, ed ha aggiunto la classe dei pentacosiomedimni.

15. Il criterio per la divisione in classi è, per Solone, la rendita, che deve essere di cinquecento medimni di cereali (= 52 litri) o di altrettanti metreti (= 39 litri ciascuno) di olio o di vino, per i pentacosiomedimni, di trecento per i cavalieri e di duecento per gli zeugiti.

16. Sull'autenticità di questa notizia alcuni storici fanno le loro riserve (cfr. G. DE SANCTIS, Storia dei Greci, Firenze, La Nuova Italia, I942, vol. I, p. 481), in quanto vedono in essa un'anticipazione di un'istituzione di Clistene.

17. Uno degli antichi sistemi di misure in uso in Grecia e ad Atene era quello detto fidoniano da Fidone, re di Argo, suo preteso inventore. In esso le unità di misura erano tutte più piccole che nel sistema introdotto da Solone, tanto che il medimno era forse equivalente, nel primo, a 45 1itri circa e nel secondo a 52 (cfr. nota 15). Secondo Aristotele Solone introdusse anche la dramma leggera che è la centesima parte della mina di 436 g in sostituzione della dramma pesante di 6,2 g che, settantesima parte della mina, predominava in quasi tutta la Grecia.

18. A quanto riferisce Aristotele, Solone introduce un sistema di misure chiuso, nel quale cioè le misure di peso, capacità, lunghezza e superficie sono interdipendenti, mentre, secondo alcuni, i precedenti sistemi dovevano essere aperti, se il medimno fidoniano veniva usato tanto con la dramma pesante che con monete molto vicine a quelle attiche posteriori.

39. Non c'è accordo tra i varia passi in cui Aristotele indica la durata della tirannide dei Pisistratidi. Nella Pol., 1315b, 19-34, Pisistrato resta al potere trentatré anni, di cui diciassette di regno effettivo, mentre i figli restano al potere per diciotto anni, sicché tutta la tirannia dura trentacinque anni; nel cap. I7 della Costituzione di Atene Aristotele dice che Pisistrato resta al potere per trentatré anni, dei quali diciannove di potere effettivo; e finalmente qui asserisce che i figli di Pisistrato sono rimasti al potere per diciassette anni e che il potere dei Pisistratidi è durato in tutto quarantanove anni. Un primo divario è quello dovuto alla somma totale degli anni di governo di Pisistrato e dei figli: ciò si spiega pensando che i trentacinque anni che compaiono nella Politica costituiscono la somma degli anni di potere effettivo (17+18), mentre i quarantanove che compaiono qui sono dovuti al computo degli anni (di regno effettivo e di esilio) di Pisistrato più quelli dei figli (33+17 circa). Restano ancora le divergenze tra i diciassette anni di regno effettivo attribuiti a Pisistrato nella Politica e i diciannove attribuiti nel cap. 17 della Costituzione di Atene, e i diciotto anni assegnati ai figli nella Politica contro i diciassette assegnati ad essi qui. I dati della Costituzione di Atene, però, sono in accordo con quanto attesta Erodoto, V, 65.